L’educazione (anche erotica) dei ragazzi in un’epoca troppo permissiva e bacchettona
Prima di spruzzare un po’ di moralina pedagogica sul caso Polanski ogni onesto maschietto eterosessuale dovrebbe tentare di immaginare i timori e i tremori che un tredicenne di retto sentire, magari bellino e spigliato come era a quell’età Samantha Gailey, proverebbe se un’ammaliante e famosa divona del cinema più perturbante tentasse di sedurlo con tanti sorrisi, complimenti, sciampagnini, carezze, baci e altre còccole. di Ruggero Guarini

Prima di spruzzare un po’ di moralina pedagogica sul caso Polanski ogni onesto maschietto eterosessuale dovrebbe tentare di immaginare i timori e i tremori che un tredicenne di retto sentire, magari bellino e spigliato come era a quell’età Samantha Gailey, proverebbe se un’ammaliante e famosa divona del cinema più perturbante tentasse di sedurlo con tanti sorrisi, complimenti, sciampagnini, carezze, baci e altre còccole. Potrebbe mai quel fanciullo non trovare delizioso un simile frangente?
Da questa fatua premessa si dedurrà che sono un pedofilo. O magari una pedofila. Giuro che non lo sono. Ammetto però che da piccino lo fui. Allora infatti solevo spesso esercitarmi, con altri bambini e bambine della mia età, in quei giochi clandestini detti abitualmente “erotici”. Ma non pretendo di essere stato per questo un bambino molto originale. L’essermi dato anch’io in tenera età a pratiche note da sempre a tutti i bambini del mondo non è certo un segno di eccentricità. Da questa incontestabile evidenza – essere tutti i pargoli della Terra perfettamente capaci di indursi a vicenda a commettere insieme atti impuri – occorrerebbe comunque inferire che il bambino è “naturaliter” pedòfilo.
Ricordo inoltre che da piccino non fui soltanto pedòfilo ma anche gerontòfilo. Mi piacevano infatti da impazzire certe vivaci streghine, imbellettate e profumatissime, che frequentavano la mia mamma, e che avevano, essendo tutte sue amiche, suppergiù la sua età. Ma i segni del loro incipiente appassimento non mi impedivano affatto, quando mi si accostavano, di aspettare palpitando il momento in cui esse si sarebbero decise a ghermirmi e sbaciucchiarmi. Né bastavano a soffocare l’oscura brama che quelle moine accendevano nei miei sensi. Né infine riuscivano a spegnere, nella mia mente infiammata, la tacita speranza di poter essere presto corrotto, irreparabilmente, con chissà quali altri perversi maneggi, da me confusamente almanaccati, proprio da quelle Alcine sul viale del tramonto.
Questi succinti ragguagli sulle mie primissime, puerili attese erotiche sembreranno incompatibili con l’esigenza di elaborare una nuova paideia sessuale, adatta ai nostri tempi postmoderni. Ma questo nobile compito non può non sembrare del tutto superfluo a un venerando porco senza ali come me, convinto fra l’altro che la più saggia paideia sessuale di tutti i tempi resti quella racchiusa in quel delizioso romanzino che è “Gli amori pastorali di Dafni e Cloe”: il piccolo capolavoro che Longo Sofista, secondo gli esperti, scrisse fra il II e III secolo dopo Cristo, e in cui a un certo punto si descrive l’impegno pedagogico con cui una brava ragazza di campagna insegna a un pastorello a copulare.
Riassumo l’episodio. Due ragazzini, Dafni e Cloe, crescendo e giocando insieme, finiscono per innamorarsi. Pieni entrambi di una dolce smania, si cercano, si abbracciano, si baciano.
Bruciano insomma di un desiderio del quale ignorano la mèta. A questo punto Licenia, una vivace bifolca, attratta dal piccolo Dafni, per mostrargli che cosa dovrà fare per rendere felice la sua Cloe, decide di impartirgli lei stessa una prima lezione d’amore.
“Senti” gli dice, “tu sei innamorato di Cloe. Me lo hanno detto stanotte delle Ninfe, che mi hanno anche ordinato di salvarti insegnandoti le opere d’amore. Queste non consistono nei baci e negli abbracci, e nemmeno in quelle cose che fanno montoni e capri. I salti che t’insegnerò io sono assai più dolci di quelli degli animali. C’è in essi un piacere più lungo. Perciò adesso, se vuoi liberarti dei tuoi mali e fare esperienza del godimento che cerchi, suvvia, porgiti a me, gradito discepolo, e io, per fare piacere alle Ninfe, te l’insegnerò”.
Poi Licenia invita Dafni a sedersi accanto a lei, a baciarla come era solito fare con Cloe e a serrarla fra le braccia tenendola ferma al suolo. Quindi il racconto si chiude con queste righe insieme crude e delicate: “Come lui si fu disteso, accortasi che il ragazzo non soltanto era in grado di operare, ma smaniava di desiderio, lei lo fece togliere dalla posizione di coricato su un fianco, e distesasi sotto di lui a regola d’arte, lo guidò verso la mèta che egli aveva fino allora cercato invano. E da quel momento in poi non ebbe più da faticare in cose che gli riuscissero nuove: la natura gli insegnò da sé tutto il resto”.
Quale paideia sessuale più poetica e sensata di quella racchiusa in questo passo potranno mai escogitare i pedagoghi di un’era decisa, come la nostra, a mostrarsi, in eroticis, al tempo stesso permissivissima e bacchettonissima?
di Ruggero Guarini
Da questa fatua premessa si dedurrà che sono un pedofilo. O magari una pedofila. Giuro che non lo sono. Ammetto però che da piccino lo fui. Allora infatti solevo spesso esercitarmi, con altri bambini e bambine della mia età, in quei giochi clandestini detti abitualmente “erotici”. Ma non pretendo di essere stato per questo un bambino molto originale. L’essermi dato anch’io in tenera età a pratiche note da sempre a tutti i bambini del mondo non è certo un segno di eccentricità. Da questa incontestabile evidenza – essere tutti i pargoli della Terra perfettamente capaci di indursi a vicenda a commettere insieme atti impuri – occorrerebbe comunque inferire che il bambino è “naturaliter” pedòfilo.
Ricordo inoltre che da piccino non fui soltanto pedòfilo ma anche gerontòfilo. Mi piacevano infatti da impazzire certe vivaci streghine, imbellettate e profumatissime, che frequentavano la mia mamma, e che avevano, essendo tutte sue amiche, suppergiù la sua età. Ma i segni del loro incipiente appassimento non mi impedivano affatto, quando mi si accostavano, di aspettare palpitando il momento in cui esse si sarebbero decise a ghermirmi e sbaciucchiarmi. Né bastavano a soffocare l’oscura brama che quelle moine accendevano nei miei sensi. Né infine riuscivano a spegnere, nella mia mente infiammata, la tacita speranza di poter essere presto corrotto, irreparabilmente, con chissà quali altri perversi maneggi, da me confusamente almanaccati, proprio da quelle Alcine sul viale del tramonto.
Questi succinti ragguagli sulle mie primissime, puerili attese erotiche sembreranno incompatibili con l’esigenza di elaborare una nuova paideia sessuale, adatta ai nostri tempi postmoderni. Ma questo nobile compito non può non sembrare del tutto superfluo a un venerando porco senza ali come me, convinto fra l’altro che la più saggia paideia sessuale di tutti i tempi resti quella racchiusa in quel delizioso romanzino che è “Gli amori pastorali di Dafni e Cloe”: il piccolo capolavoro che Longo Sofista, secondo gli esperti, scrisse fra il II e III secolo dopo Cristo, e in cui a un certo punto si descrive l’impegno pedagogico con cui una brava ragazza di campagna insegna a un pastorello a copulare.
Riassumo l’episodio. Due ragazzini, Dafni e Cloe, crescendo e giocando insieme, finiscono per innamorarsi. Pieni entrambi di una dolce smania, si cercano, si abbracciano, si baciano.
Bruciano insomma di un desiderio del quale ignorano la mèta. A questo punto Licenia, una vivace bifolca, attratta dal piccolo Dafni, per mostrargli che cosa dovrà fare per rendere felice la sua Cloe, decide di impartirgli lei stessa una prima lezione d’amore.
“Senti” gli dice, “tu sei innamorato di Cloe. Me lo hanno detto stanotte delle Ninfe, che mi hanno anche ordinato di salvarti insegnandoti le opere d’amore. Queste non consistono nei baci e negli abbracci, e nemmeno in quelle cose che fanno montoni e capri. I salti che t’insegnerò io sono assai più dolci di quelli degli animali. C’è in essi un piacere più lungo. Perciò adesso, se vuoi liberarti dei tuoi mali e fare esperienza del godimento che cerchi, suvvia, porgiti a me, gradito discepolo, e io, per fare piacere alle Ninfe, te l’insegnerò”.
Poi Licenia invita Dafni a sedersi accanto a lei, a baciarla come era solito fare con Cloe e a serrarla fra le braccia tenendola ferma al suolo. Quindi il racconto si chiude con queste righe insieme crude e delicate: “Come lui si fu disteso, accortasi che il ragazzo non soltanto era in grado di operare, ma smaniava di desiderio, lei lo fece togliere dalla posizione di coricato su un fianco, e distesasi sotto di lui a regola d’arte, lo guidò verso la mèta che egli aveva fino allora cercato invano. E da quel momento in poi non ebbe più da faticare in cose che gli riuscissero nuove: la natura gli insegnò da sé tutto il resto”.
Quale paideia sessuale più poetica e sensata di quella racchiusa in questo passo potranno mai escogitare i pedagoghi di un’era decisa, come la nostra, a mostrarsi, in eroticis, al tempo stesso permissivissima e bacchettonissima?
di Ruggero Guarini